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IL MATTINO, 8 LUGLIO 2006 Di Fabrizio Coscia PINOCCHIO ALL’OMBRA DEL VESUVIO. Esordi narrativi: in libreria dopodomani “Apparentemente Lucignolo” di Alessandra Sardu, ventenne che ha riscritto il capolavoro di Collodi in salsa napoLetana. Una città che ricorda più il Paese dei balocchi di collodiana memoria che la Gomorra violenta, squallida e truculenta raccontata nei tanti reportage, film e romanzi d’ispirazione neo-neorealista. Un paese dei balocchi da attraversare affrontando tutte le sue ipocrisie e i suoi conformismi, con in giro molte coppie di Gatto e Volpe da riconoscere e da cui tenersi alla larga, un grillo parlante che discute di guerra, tante bugie e una verità salvifica e incredibile quanto la visione di una dolce Fata Turchina. E’ la Napoli di Apparentemente Lucignolo di Alessandra Sardu, ventenne esordiente partenopea, che riscrive e aggiorna Le avventure di Pinocchio affidando il ruolo del celebre burattino di legno a un’Edwige “in carne ed ossa”, diciassettenne confusa e infelice alla ricerca di un mondo migliore. La protagonista che racconta in presa diretta la sua “lunga corsa verso la scoperta di sé”, vive le sue esperienze fondamentali in un liceo di Napoli (ma la città non viene mai nominata, se non attraverso generici riferimenti), accettando il peso e i rischi della solitudine e dell’emarginazione, pur di vivere senza condizionamenti. <>. E’ quello che succede alla protagonista del romanzo, la Pinocchio napoletana del 2000 che decide di cedere all’attrazione per colui che (almeno “apparentemente”) sembra essere il suo Lucignolo, raccontando da un punto di vista molto ravvicinato –con uno stile anti-letterario, denso di slang giovanili e di periodi brevi come sms- <>. Avere il coraggio di vivere fino in fondo la propria età è infatti il bivio che devono superare i personaggi del romanzo. E non è impresa da poco, considerate le insidie dei tanti spacciatori di sogni, di cuccagne e campi di miracoli tese ai giovanissimi Pinocchio dei nostri tempi. <>. Romanzo sulla “nascita di una coscienza”, Apparentemente Lucignolo è anche il ritratto di una generazione, <>. Una generazione che l’autrice (anche lei diciassettenne, come la sua Edwige, quando ha scritto il romanzo) giudica <>. Un giudizio severo, mitigato però dalle qualità propositive e intraprendenti della protagonista (trasparente alter-ego della Sardu), alla quale l’autrice presta anche le sue passioni: la musica e la poesia beat. <>. Molto jazz e rock anni Sessanta suonano tra le pagine del romanzo, dunque, ma anche Oasis, Elisa e Ligabue. E infine la beat-generation, così diversa e lontana dai giovani del terzo millennio: <>. D REPUBBLICA, 1 LUGLIO 2006 Di Antonella Fiori CHIAMAMI LUCIGNOLO Un Jack frusciante è uscito dal gruppo al femminile, che narra la crescita di Edwige, adolescente nella periferia di Napoli, come un “burattino senza fili” alla ricerca dolorosa della cruna dell’ago per passare dalla virtualità alla realtà, dai sogni di un’esistenza solo immaginata a una vita davvero vissuta. Alessandra Sardu, la ventenne autrice di Apparentemente Lucignolo, usa la metafora di Pinocchio per raccontare di paesi dei balocchi che diventano pericolose attrazioni, paradisi artificiali che nascondono chimere e falsi ideali. Il tutto tra incontri a scuola e in discoteca, in una testimonianza di auto-educazione e formazione nata come un’improvvisazione jazz, con la narrativa che a tratti incontra la poesia prendendo spunto dai nuovi slang giovanili nati dagli sms e da internet. Perché rifarsi a Pinocchio per raccontare di sé? In realtà la storia è nata in maniera autonoma, non pensavo esattamente a Collodi, all’inizio…Ma mentre stavo cercando di capire il senso di quello su cui desideravo scrivere, ho sentito che potevo spiegare la mia storia in due parole che poi sono diventate il titolo: Apparentemente Lucignolo. Così è nato il legame con Pinocchio, dove c’erano i personaggi che rappresentavano ciò che volevo narrare. Il libro narra la progressiva “incarnazione” della protagonista. Quanto c’è di riferito solo alla tua generazione? Direi molto. I rischi, le trappole, le difficoltà che incontrano gli adolescenti oggi sono maggiori, la realtà e gli impulsi da decifrare sono molto più complessi, quasi senza confini. Dalla televisione ad internet, ai banchi di scuola. Ci sono passaggi obbligati o racconti un’esperienza personale? Credo che ci siano passaggi obbligati per tutti, io sono stata solo un’osservatrice privilegiata perché ho scritto di un’adolescente quando ero anch’io un’adolescente. Prima o poi tutti subiscono l’attrazione per Lucignolo, è come una forza gravitazionale a cui non si può fuggire. E’ voglia di trasgressione o disubbidienza? Più che di trasgressione parlerei di attrazione. E’ un passaggio che dura quasi il tempo di un tramonto, ma è fisiologico e va capito. C’è forse una tinta di disubbidienza, ma non fine a se stessa, è un modo per porsi domande senza accettare passivamente quello che ci viene detto. LA REPUBBLICA, 12 LUGLIO 2006 Di Massimo Cacciapuoti EDWIGE NEL LICEO DELLA VITA CERCA LA LIBERTA’, TROVA IL DOLORE “Happy Hour” è la nuova collana dell’anconetana PeQuod, casa editrice dalle grandi promesse, vera fucina di talenti letterari. Ad inaugurarla una giovane esordiente napoletana, Alessandra Sardu, con il romanzo “Apparentemente Lucignolo” in libreria dal 10 luglio. Alessandra ha vent’anni, studia Giurisprudenza a Napoli e frequenta il conservatorio. Dati biografici importanti per capire la storia. Romanzo di formazione in senso classico, si potrebbe definire. Edwige ha diciassette anni, come l’autrice al tempo in cui mette mano al romanzo, ha lasciato il liceo più “in” della città per frequentare il “liceo statale F.Picò”. Da questo cambio “epocale” con tutto ciò che implica, comincia la corsa della protagonista. O meglio la metafora della corsa, come apertura al mondo, scoperta, appropriazione della vita e di se stessi. Il mondo dell’adolescenza è disgelato con tutte le sue inquietudini, incertezze, difficoltà ed è questo il nodo centrale del libro e la sua forza. Il rapporto con la famiglia, quasi sempre conflittuale, come nel caso di Pippo, che scappa di csa per andare nella mitica Bologna(paese dei balocchi per un giovane, simbolo per eccellenza di libertà ed emancipazione) a conoscere il Liga e poi tornerà subito tra lacrime e dolori e la ripresa di un dialogo mancato con il padre; o di Emanuele che non ha avuto mai un padre e che risponde alle incomprensioni della madre lanciandosi dal balcone di casa e uccidendosi. La città è Napoli, ma eccetto un riferimento al Vesuvio non viene mai citata; l’ambiente sociale, quell’alta e media borghesia cittadine, silenziosa e dal bell’aspetto, quella per intenderci di “Un posto al sole”, che dietro la splendida facciata del benessere nasconde ipocrisie, falsità, sofferenze non svelabili. Alessandra affonda la lama, con misura profondità e distacco, senza retorica alcuna. La musica è il filo conduttore della storia, come passione, sistema di vita, scrittura. Non a caso Edwige/Alessandra, ama il jazz, l’improvvisazione, il verso/periodo libero. Il riferimento a Collodi è evidente oltre che nel titolo, nella gioia di vivere dei personaggi, nella ricerca adolescenziale di un mondo semplice, costruito su misura. Nel desiderio di libertà. E qui prende forma tutto un sistema di simboli, di valori, come l’albero a forma di punto interrogativo, la sala prove, le stramberie di Pippo, la stanza di Matteo/Lucignolo, il macro-cosmo che è il liceo, le altalene, il mare, il loro ingenuo, apparentemente infantile scagliarsi contro le nefandezze del mondo, senza remore e senza paure, senza sapere in realtà cosa si sta facendo, con la sola consapevolezza di cercare un mondo migliore, sull cui esistenza nessuno dei personaggi avanza mai nemmeno un dubbio. <>, scrive la Sardu e nessuno può toglierle questo diritto. La ricerca spasmodica, direi di Libertà investe anche dalla famiglia, che c’è, deve esserci, deve osservare e semmai correggere ma con leggerezza, senza imposizioni, attraverso appunto il dialogo, l’apertura e la mutua comprensione. In questo contesto può anche succedere che lungo la strada si incontri Lucignolo, la deviazione verso il Paese dei Balocchi, come succede ad Edwige che se ne innamora. E chi lo sa che poi sia davvero un male. E’ un punto di partenza, un moto irrefrenabile verso la crescita, l’apertura verso il mondo adulto, per quanto ancota lontano e incomprensibile, ma basta un amore adolescenziale per crescere, per affrontare il mondo, le u durezze? La morte di Emanuele sembra suggerire l’idea che non basta, perché le contraddizioni della vita sono molteplici e prima o poi vengono fuori irrisolte. “La realtà è diversa da un film”, impara Edwige, e lo impara sulla propria pelle, attraverso l’amore, l’esperienza della morte, il sacrificio dello studio. Lo stile è assai scorrevole. Un romanzo scritto in prima persona, con abbondante uso di slang. Linguaggio giovanile senza via di scampo, per fortuna, che passa attraverso gli sms, l’uso smodato di segni di interpunzione, virgolettati, sms. E’ questo che ci piace di più dell’autrice, la freschezza dello stile, antiletterario, sgrammaticato per necessità, più che per volontà. Anche il fraseggio, o meglio a volte l’inutile fastidioso beccheggio, ha una sua intima necessità e si adatta perfettamente al romanzo nella sua interezza. Alessandra è giovane, certo. Deve crescere. Ha tempo e modo per farlo, ma questa prima prova ci sembra davvero una bella partenza. E’ tempo di cambiare moduli anche nella Napoli ipersatura di autori. Alessandra sembra aver dato il via regalandoci un libro di immediata lettura, una happy hour diversa. Un’ora felice, carica di aspettative e foriera di riflessioni, anche grevi importanti. Davvero un libro per tutti. Una nota personale, in conclusione. Questo libro nasce dall’amicizia e dall’incontro. Ad una presentazione Alessandra si avvicina, ci passa il dattiloscritto. Lo leggiamo. E’interessante. Lo passiamo a qualche amico editore, insistiamo perché venga letto presto e con la dovuta attenzione, ed eccolo qui, a due anni di distanza, con la sua forza e freschezza intatte. LA REPUBBLICA, 2 NOVEMBRE 2006 Di Alessandra Rota STORIE DI GIOVANI NON INQUIETE <>. Lo dice la protagonista del libro Apparentemente Lucignolo, la diciassettenne Edwige, ragazza di oggi e non di un secolo fa. Come giovanissima è l’autrice, Alessandra Sardu, adesso universitaria a Napoli, che ha scritto questo piccolo diario metropolitano quando ancora era a scuola. E la casa editrice PeQuod ha inaugurato così la nuova collana “Happy Hour”, dedicata ai più giovani. Fin qui tutto o quasi normale; solo che la storia che la Sardu racconta (con un’ottima conoscenza dell’italiano e in tempi di sms, msm, mail è già una conquista) è quella di un gruppo di adolescenti che entrano ed escono dai licei, anche per motivi drammatici (uno si uccide), che affrontano la vita senza canne, tatuaggi, furtarelli, e perfino studiando, tant’è che leggono Kerouac e Ginsberg; cantano battisti e vedono La spada nella roccia. Una manciata di deficienti in un mondo dove The fast and the furious”, film sulle corse in automobile, è una parabola, dove Melissa P. vende milioni di copie per le sue allucinazioni erotiche? Dove la foggiana Pulsatilla vende invece emozioni per comprarsi la crema anticellulite? No, semplicemente una testimonianza diversa dall’interno dell’universo dei teen-ager più vicina a “Notte prima degli esami”, a “Caterina va in città”, che a “Tre metri sopra al cielo”. Edwige si innamora, si fidanza, (c’è perfino la preghiera “salva-verginità alla Vergine protettrice), si lascia e soprattutto come la Lola cinematografica corre. Scappa dagli errori, dalle compagnie negative, dalla trasgressione, dall disubbidienza. Il bacio con Lucignolo (ecco il titolo)-Matteo, occhi azzuri e chitarra elettrica è però attraente quanto il Paese dei Balocchi. RAGAZZA MODERNA, AGOSTO 2006 Di P.M. APPARENTEMENTE LUCIGNOLO Ha ventuno anni ed è una giovane scrittrice esordiente. Alessandra Sardu ha pubblicato da poco il suo romanzo “Apparentemente Lucignolo”, che ha scritto all’età di diciassette anni. E’ l’appassionante storia di una ragazza che intraprende un lungo viaggio alla scoperta di se stessa. Come è nata l’idea di scrivere un libro? Ho sentito l’esigenza di trattare un tema importante legato all’adolescenza: la ricerca della propria identità. In seguito ho capito che i personaggi erano collegati a quelli della favola di Collodi, “Pinocchio”: ecco perché il riferimento a Lucignolo nel titolo. Parliamo di Edwige, la protagonista: cosa ammiri di lei? Adoro la sua spontaneità, come tutti gli altri personaggi cerca il suo posto nel mondo, una dimensione di vita in maniera serena. Il romanzo parla di ragazzi alla scoperta di loro stessi, del timore di scoprirsi “diversi”. Tu hai avuto mai questa paura? Sì, un po’ come succede a tutti. Per fortuna ho avuto vicini amici e famiglia. Cosa consigli alle nostre “ragazze moderne” che stanno diventando donne “in carne ed ossa”? Di vivere la vita in maniera scanzonata e serena e di accettare i cambiamenti in modo naturale. In quanto tempo hai scritto il libro? Cica 3 mesi Come procedi nel processo creativo? Butto giù tutto ciò che mi viene in mente, così , di getto. I tuoi progetti futuri? Aspetto l’ispirazione per scrivere qualcosa di nuovo. Nel frattempo studio giurisprudenza e pianoforte a Napoli. CRONACHE DI NAPOLI, 21 AGOSTO 2006 Di Filippo Morena “APPARENTEMENTE LUCIGNOLO”…E’ USCITO IL ROMANZO DELLA GIOVANE SCRITTRICE ALESSANDRA SARDU E’ uscito da qualche tempo il romanzo “Apparentemente Lucignolo” della giovane autrice napoletana Alessandra Sardu. <>. Sia nel titolo che nelle pagine del libro ci sono riferimenti più o meno chiari alla favola di Pinocchio ed alla città di Collodi… Sì, ma il legame è nato successivamente. Prima è nata l’idea del libro e poi, in un secondo momento, ho capito che ciò che stavo scrivendo si potea sintetizzare in due parole, quelle che danno il titolo al libro. Il legame con il romanzo di Collodi è nato in quel momento. Che messaggio vuole trasmettere a chi leggerà i lavoro? Un messaggio positivo, poi è la storia che parla da sola. Da cosa nasce questa passione per la scrittura? E’ nata quand’ero piccola, a sette-otto anni, leggendo alcuni libri. Chi sono i suoi autori preferiti? Ho una passione per gli autori della beat-generation, che sono anche nominati nel libro. Comunque leggo di tutto, non disdegno niente… Oltre alla scrittura cos’altro le piace fare? Mi piace la musica, studio pianoforte al Conservatorio di San Pietro alla Macella da otto anni, e sono iscritta a giurisprudenza. Il suo sogno nel cassetto? Sono tanti- sorride- ma uno si è già realizzato: quello di pubblicare un libro. Un consiglio ai lettori sul perché acquistare Apparentemente Lucignolo? Perché è un romanzo che può far riflettere sull’età dei personaggi, che è quella dell’adolescenza. XL, LA REPUBBLICA, SETTEMBRE 2006 Di Filippo La Porta PINOCCHIO E’ VOLATO TRE METRI SOPRA IL CIELO L’ambizione era bizzarra: rileggere un grande classico come Pinocchio, e incrociarlo con Tre metri sopra il cielo. Edwige, sempre in ritardo con i suoi sogni, si innamora di Lucignolo-Matteo, artista maledetto ghiotto di fritture. L’autrice, ventenne napoletana, esagera un po’ in spiegazioni (tipo: <>), ma i ritratti di compagni e amici sono vivaci. E la pagine su Emanuele che vola giù dal balcone è memorabile. APPARENTEMENTE LUCIGNOLO Di Angela Procaccini, in occasione della presentazione del libro al caffè Intra Moenia del 21 luglio 2006 Conosco Alessandra, e questo rende tutto più semplice e più piacevole. La conosco da poco, come studentessa di Giurisprudenza. Ma da subito mi ha colpito di lei la vivacità dello sguardo, quel misto d’intelligenza e simpatia, di arguzia e bontà, che solo le creature particolari possono avere. Lo sguardo è il primo veicolo di comunicazione e, di solito, per chi come me è abituato a leggervi dentro, non tradisce. Poi la conoscenza si è approfondita e ho scoperto, lentamente, gradualmente, progressivamente, tanti aspetti di lei che hanno confermato quella iniziale impressione di simpatia. Così, ciò che prima era solo un’intuizione, quasi a livello irrazionale, è diventata una certezza, sostanziata da “documenti” e prove concrete, per così dire. Le caratteristiche della sua personalità balzano evidenti: lei è una delle rare persone fortunate in cui il sentimento si coniuga con la ragione, la sensibilità si sposa con l’approccio alla realtà, la meraviglia e l’attenzione di fronte agli aspetti della natura si armonizzano con l’energia del fare. Ma Alessandra è soprattutto una ragazza, non dimentichiamolo, e come tale risente di tutti quei sani fermenti e forti entusiasmi che contraddistinguono i giovani e che poi, spesso, vanno a cozzare con una realtà spiacevole e difficile, così diversa da quella che essi hanno sognato. L’urto con la realtà, il crollo delle illusioni, l’ansia della delusione, la morsa del malessere, sono situazione che Alessandra conosce bene e che bene riesce a comunicare, non solo attraverso il romanzo Apparentemente Lucignolo, protagonista della serata, ma anche attraverso la poesia. E’ bene non trascurare, infatti, l’originale silloge poetica “Luna adolescente£ di Alessandra, che di lei lascia intravedere l’anima, sofusa di dolce malinconia, “petalo dolce/un po’ acerbo al palato”, per usare un’immagine tratta dalle sue poesie. Comunque mi sembra opportuno parlare del libro argomento della conversazione di stasera, “Apparentemente Lucignolo”. Premetto che l’ho letto tutto d’un fiato, quasi “di corsa”, per usare la metafora spesso emergente nel testo. L’ho letto di corsa perché in esso ho trovato tutto il microcosmo del mondo giovanile, un mondo che mi appartiene, un mondo che amo: è fatto di ragazzi che si affannano a cercare una loro identità in una società solo apparentemente favorevole, in realtà tentacolare nelle sue escrescenze tecnologiche e nelle sue apparenti certezze razionali. E così, tanta spavalderia, tanta energia all’esterno, ma tanto vuoto, tanta solitudine dentro il cuore. E loro, i nostri giovani, diventano “bambole di vetro”, come li definisce lo psicologo Anthony, fragili bambole di vetro esposte ad urti che possono frantumarle. I motivi del mondo giovanile presenti qui sono svariati. E tutti vengono proposti con la straordinaria capacità dell’autrice di renderli veri e palpitanti di vita, incarnati come sono i personaggi. In primo luogo, come motivo fondamentale, a mio avviso, c’è l’ansia del cambiamento e la volontà di ricerca: ansia e ricerca che hanno preso Edwige fin dalle prime pagine del libro e l’hanno spinta a lasciare il vecchio e stantio liceo, per entrare in uno più “bizzarro” e l’hanno portata verso l’affascinante mondo della musica. Sono le stesse ansie che prendono Michela, l’amica antica di Edwigw, in partenza per l’Irlanda, e le fanno desiderare di essere “in un altro posto, con un altro mare, altre montagne, altra gente…per capire di essere in questa immensità”. Sono le stesse che faranno decidere a Matteo di fuggire lontano lasciando anche quell’ancora di salvezza che è per lui Edwige. Ma la fuga è spesso necessaria, se non addirittura inevitabile. Lo chiarisce la stessa autrice a conclusione del libro: “la corsa è una metafora, per dire che la vita spesso è una fuga da quello che ciascuno di noi sente nell’anima, che lo fiacca, lo emoziona, lo diverte, lo distrugge. Il viaggio è in questo senso una medicina…” A corollario di quanto afferma l’autrice, ricordo Michel Serres, che ne “Il mantello di Arlecchino” scrive “Partire esige uno sradicamento che strappa una parte del corpo alla parte che resta aderente alla riva di nascita, alla prossimità della casa…alla rigidità delle abitudini. Chi non si sposta non apprende niente…Nessun apprendimento evita il viaggio. Parti: esci. Esci dal ventre della madre, dalla culla, dall’ombra che scende dalla casa del padre…Apprendere dà inizio all’erranza!”. Altro tema importante, importante per i giovani, importante nel libro, è l’amore. Questo sentimento, che prima o poi coinvolge adolescenti e ragazzi, nel libro trova vita in due espressioni fondamentali: c’è l’amore di Edwige e Luigi. C’è poi l’amore-amicizia,-intesa,-comunione di interessi,-fiducia. Ed è l’amore di Edwige e matteo, l’apparentemente Lucignolo del titolo, un amore che dà stimoli, che si arricchisce nel suo percorso, che nasce su una solida base di intenti e sentimenti. Un amore che comprende, che “dà”, come è giusto che sia in un rapporto di vero amore, e che consente la comprensione anche nel momento della “fuga” dell’altro. Perché amare significa anche rinunciare all’altro se ciò è necessario per il suo bene. Grande maturità denota Edwige nella sua rinuncia a Matteo per permettergli la “crescita”, grande maturità denota l’autrice che, a soli diciassette anni, riesce a comprendere la necessità del sacrificio in amore. Altro tema che colpisce, perché affronta, anche se solo suggerendola, una situazione che spesso sfugge agli adulti, è qiello della solitudine dei giovani, Sono in gruppo, ma sono soli; sono a scuola, ma sono soli; sono in famiglia, ma sono soli. L’autrice dice: “Andrà bene tutto, tutto, tutto, purchè non sia la solitudine” ed ha ragione, perché la solitudine è un’ombra, una nebbia, una notte senza stelle…e la solitudine dei giovani, quella sentimentale o psicologica intendo, lo è ancor più. E tanti altri sono gli spunti che la giovane autrice ci fornisce, toccando con intelligente sensibilità, argomenti che fanno parte del nostro mondo, del “loro” mondo: la sfiducia nella giustizia, incarnata nel simpatico Pippo, “l’Uomo rapina”, l’amicone di tutti, “un vero personaggio”, come dice la Sardu.Sarà proprio Pippo, aspirante professore e ammiratore di Ligabue, il portavoce, non solo di questa sensazione di assenza della Legalità e della Giustizia, ma anche della sensazione di crisi che oggi attraversa la famiglia. La fuga di Pippo (anche qui, com vedete, c’è una fuga) è determinata anche da un malessere generalizzato, oltre che dalla voglia di spaziare, conoscere, sperimentare. E’ importante sottolineare come una diciassettenne possa con pochi tratti arrivare a darci il segno del malessere giovanile in diverse sfaccettature: incapacità di colloquio in famiglia, superficialità di ideali politici, grigiore di squallide periferie. Ci chiediamo mai, come ragazzi abituati a vivere in mortificanti ambienti, privi di luce e di verde, preoccupati a difendersi da eventuali “nemici”, nel silenzio della famiglia, potrebbero sentirsi soddisfatti e felici? Ci chiediamo mai, cosa si agita nel cuore e nella mente di questi giovani? No, mentre ci accorgiamo subito di loro quando commettono qualche errore. Ecco, Alessandra Sardu, giocando con le parole e intessendo pennellate di vita giovanile, ci ha fatto aprire gli occhi, ci ha, per così dire, denunciato una situazione di svantaggio dei ragazzi,immersi in una società adulta, spesso ipocrita, che solo all’apparenza pensa a loro. Nemmeno la scuola ne esce immune, una scuola vuota, ancorata a sistemi antiquati e formali, nonostante “il vento” di riforme. Una scuola in cui i professori molto spesso fagocitano la libertà di pensiero degli alunni, o hanno troppa fretta per ascoltarlo realmente, e le conoscenze si riducono talvolta ad informazioni. Alessandra Sardu, con naturalezza e senza forzature, lancia il suo rimprovero a questa scuola che certo non può preparare alla vita! Ed Edwige, come esce da questo che potremmo definire un vero e proprio romanzo di formazione? Indubbiamente è una creatura vincente, più fortunata rispetto a tanti giovani che non hanno la sua stessa capacità a relazionarsi col mondo esterno,e soprattutto non hanno la sua stessa capacità di “resilenza”. Ecco, in lei io vedo realizzata la resilenza, appunto, di cui parla il sociologo e demografo Stefan Vanistendael, approfondita dal sociologo Rutter. Essa consiste nella capacità di una persona ad affrontare le quotidiane difficoltà della vita, a fronteggiare lo stress emotivo e le avversità, traendone forza per costruire in positivo. Edwige, grazie a tali doti innate, grazie all’amicizia, all’amore, al suo entusiasmo nell’affrontare ogni momento della vita, senza lasciarsi sfuggire niente, vivendolo pienamente nel bene e nel male, matura se stessa e comprende chi ama. Lei ha compreso che la vita è un guazzabuglio di bene e male, di gioia e dolore, di amore e odio, e come tale va accettata, fino al suo ultimo spasimo, quello della morte, che comunque è parte della vita! Voglio concludere con un mio messaggio di gratitudine per questa giovane autrice, nei cui occhi “ridenti e fuggitivi” leggo la vita. E per ringraziarla in maniera degna mi servo di alcuni versi di una grande poetessa americana, Emily Dickinson. Sembrano scritti per te, Alessandra: “Vederla è una pittura- ascoltarla è una musica- conoscerla è un tripudio come giugno innocente- non conoscerla è pena- averla per amica è calore immediato, quasi il sole vi risplendesse in mano”. L’UNITA’, 14 LUGLIO 2006 Di Maria Serena Palieri DA WERTHER A LUCIGNOLO I giovani non sono sempre sistiti come gruppo sociale. Per qualche millennio di storia umana <> ha indicato solo una condizione biologica o anagrafica. Da fine Settecento i <> diventano una coorte con un proprio status e una propria filosofia di vita (il giovane Werther…), coorte che si arricchirà di significati soprattutto nella seconda metà del Novecento. Quando i <> diventano portatori di una <>politica, la questione giovanile appunto. E soprattutto vengono individuati come target di consumatori. Ma insomma, se l’argomento vi interessa rispolverate la “Storia dei giovani” in due volumi che Laterza pubblicò nel 1994. Oggi noi tratteggiamo questo sfondo per contestualizzare ciò che va succedendo nell’editoria in questa che possiamo chiamare <>. L’era è caratterizzata dal fatto che si è scoperto che una fascia ancora più settorializzata, i teen ager, possono trasformare in una fabbrica di quattrini un romanzo che parli di loro, come “Tre metri sopra il cielo” e “Ho voglia di te” (dei quali abbiamo scritto tutto il male possibile. Vox clamans in deserto, nel generale osanna). Insomma dopo la moda che finalmente veste gli adolescenti né come grossi bambini né come mini adulti (purtroppo assunta per sé anche da madri e padri), dopo i film( Muccino & C.) per liceali, è il momento dei libri. Feltrinelli, dopo Moccia, ha provato a replicare il colpaccio con Giulia Carcasi. Ma , sulla scia, ecco altre case editrici, alcune insospettabili. Bill-Dung_Sroman è l’etichetta varata nel 2005 da e/o per una <>. Ha pubblicato quattro titoli particolari da adolescenti veri o <>, di Anna Lemos Il corpo e il mare, di Joe Meno I capelli dannati, di Jacopo Reali Solo per caso, di Roberto Tiraboschi Sguardo 11. E’ ora il turno di PeQuod. La piccola editrice anconetana, già autrice di un notevole lavoro di scouting (due nomi: Genna e De Silva), festeggia i dieci anni di vita con una nuova collana <>, Happy Hour. Primo titolo Apparentemente Lucignolo. Storia di amicizia e amore tra due liceali, con molto idealismo, molto romanticismo, molte esaltazioni. A giudicare non possiamo essere noi , di trentacnque anni e passa oltre il target anagrafico. Possiamo solo dire che, almeno, a scrivere questo libro è stata una diciassettenne( e si sente). Non un furbo signore over 40 (iniziali F. M.). GIRLFRIEND, AGOSTO 2006 Di Mirella Appiatti PER IL SUO COMPLEANNO PEQUOD SI REGALA UNA COLLANA NUOVA PeQuod, Ancona, dal 1996. Ovvero il lavoro, le scoperte, gli affanni di un piccolo editore che celebra i suoi primi dieci anni di scoop nella narrativa esclusivamente italiana, scrollandosi di dosso paure e difficoltà, con un investimento sul futuro, aprendo la nuova collana <>, rivolta vedi caso ma va bene è più che giusto, al lettore che <>, tra adolescenti e ventenni, invitandoli a sfruttare tempi vuoti, brevi solitudini, momenti d’attesa. Anche se ci si deve chiedere: lo troveranno questo tempo i ragazzi? Si può sperare di farli scendere dal motorino, di salutare la morosa e aprire un libro? Monina ci crede. Come ha creduto insieme con Rizzo, dopo l’entusiasmante esperienza di Transeuropa con Canalini e gli anni di Tondelli, in questo veliero parecchio sbattuto dalle onde, il suo PeQuod in sedicesimo, del quale lui è il minuscolo Achab (integro per fortuna…”, la cui balena bianca resta come per tutti i suoi omologhi, la grande editoria pigliatutto. Talent scout, un destino. Per i piccoli editori è così. E’ stato così anche per PeQuod, che nel suo catalogo di un centinaio di libri ha il primo Genna come il primo De Silva, il Mancassola all’esordio e il Desiati, nonché D’Anna, Di Ruscio, Santi, Domenin, sino a Lucrezia Lerro . Siciliano l’aveva capito. Non solo esordienti. Parecchi scrittori affermati e già di lungo corso hanno frequentato la peQuod in questi due lustri, da Panzeri a Zaccuri, Fasinotti, Pardini. (…) Intanto arriva <> E’ il titolo che inaugura <>(la collana affidata a Silvia Col angeli, sulla quale Monina punta con convinzione), primo romanzo di Alessandra Sardu, scritto quando aveva diciassette anni, (la verde età si fa sentire), adesso impegnata nel secondo. (…) UA/3P, OTTOBRE 2006 APPARENTEMENTE LUCIGNOLO di Sante Medri L’età adolescenziale con le crisi di valori e l’esigenza di affermare i propri, magari rimettendo in discussione “tutto quello in cui hai sempre creduto”, costituisce la materia di un romazo che cerca di capire le autentiche problematiche di un’età particolare, superando i luoghi comuni e le labili certezze degli adulti. Nella storia di Edwige emerge, inoltre, il bisogno di comunicare di una generazione che vorrebbe bruciare le tappe della crescita, eliminando gli ostacoli che rendono più articolate e complesse le scelte della vita. La musica, non solo ascoltata, ma vissuta intensamente nei gruppi musicali progettati e creati dal nulla con tanta passione e dedizione, si rivela in età adolescenziale un importante strumento di comunicazione e socializzazione. La metafora della corsa per alludere alla fuga della vita contiene molte suggestioni, come d’altra parte quella del viaggio, dove i nuovi incontri si portano dentro anche il senso d’abbandono e le perdite che aiutano a crescere.
"Apparentemente Lucignolo..."
Opera di Carlotta Di Cerbo e Marco Mucci,
Lliceo artistico di Benevento
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